PARLIAMO DI PACE

Novembre 2026 – Parliamo di Pace (25)

L’azione del Gruppo di Lavoro (denominato Peace Maker) si sta concretizzando in precisi impegni per favorire e approfondire il messaggio della pace nel nostro Distretto con la programmazione di alcune iniziative che intende attuare entro il mandato del Governatore Pippo La Rocca.

Nell’incontro di domenica 25 ottobre sono stati affrontati questi temi all’OdG:

  1. Come sostenere il progetto WE FOR PEACE
  2. Proposta al Governatore di un evento sulla pace con la collaborazione dell’Università di Bergamo
  3. Struttura e fare un piano di lavoro per diffondere “LA CARTA DEI DOVERI”

Sono nate delle proposte da approfondire, lasciate volutamente aperte al contributo dei soci del Distretto

Questo mese vorrei portare la nostra riflessione su un’altro modo per attuare e conservare la pace.

La pace non è soltanto assenza di guerra, ma capacità di costruire relazioni fondate sul dialogo, sul rispetto e sul perdono. Attraverso gli esempi storici di Nelson Mandela e della riconciliazione tra Francia e Germania, una riflessione su come superare la logica della vendetta e trasformare i conflitti in opportunità di convivenza. Perché costruire la pace significa riconoscere che il nostro futuro dipende anche dal futuro degli altri.

NON C’È PACE SENZA DIALOGO E SENZA PERDONO

Dalla pace come condizione alla pace come relazione

Chiarito questo aspetto, vorrei riprendere il filo della riflessione che ci accompagna ormai da tempo.

Nei precedenti articoli abbiamo cercato di comprendere che cosa significhi realmente la parola pace. Abbiamo distinto la pace negativa, intesa come assenza di guerra e di violenza manifesta, dalla pace positiva, cioè dalla costruzione delle condizioni sociali, economiche, istituzionali e culturali che consentono alle persone e alle comunità di vivere insieme in modo giusto e duraturo.

È un passaggio fondamentale. Ma non è ancora sufficiente.

Possiamo costruire istituzioni migliori, ridurre le disuguaglianze, favorire l’accesso alle risorse, migliorare l’informazione e rafforzare le relazioni tra le comunità. Tuttavia, alla fine, la pace deve entrare nella dimensione più difficile: quella delle relazioni umane.

Ed è qui che incontriamo due parole impegnative:

dialogo e perdono.

Non c’è pace autentica senza dialogo.
E difficilmente può esserci una pace duratura senza la capacità di perdonare.

Dialogare non significa essere d’accordo

Spesso confondiamo il dialogo con la ricerca di un accordo.

Ma dialogare non significa rinunciare alle proprie convinzioni, né accettare necessariamente quelle dell’altro. Significa riconoscere all’altro il diritto di esistere, di parlare, di essere ascoltato.

Il dialogo comincia nel momento in cui smettiamo di domandarci soltanto: «Chi ha ragione?» e iniziamo a chiederci: «Perché l’altro pensa in questo modo?»

È un cambiamento apparentemente piccolo, ma rivoluzionario.

Perché ogni conflitto tende progressivamente a semplificare la realtà: da una parte ci siamo “noi”, dall’altra ci sono “loro”. Noi abbiamo ragione, loro hanno torto. Noi siamo le vittime, loro i responsabili. Noi rappresentiamo il bene, loro il male.

Quando questo processo arriva al suo estremo, l’altro non è più una persona: diventa un nemico.

Il dialogo compie il percorso inverso. Restituisce un volto all’altro.

Non cancella le responsabilità, non nega le ingiustizie, non pretende di rendere equivalenti vittima e aggressore. Ma impedisce che il conflitto cancelli definitivamente la comune appartenenza all’umanità.

Il difficile passaggio del perdono

Ancora più complessa è la parola perdono.

Perdonare non significa dimenticare.

Non significa cancellare la giustizia.

Non significa dire che ciò che è accaduto non abbia importanza.

E soprattutto non significa chiedere alla vittima di rinunciare alla propria dignità.

Il perdono è qualcosa di diverso: è la decisione di non permettere al male ricevuto di determinare indefinitamente il nostro futuro.

Finché ogni offesa deve produrre un’offesa equivalente, ogni violenza una nuova violenza, ogni umiliazione una nuova umiliazione, il conflitto non può terminare. Può soltanto interrompersi temporaneamente, in attesa della successiva occasione per riemergere.

È la logica della vendetta, che attraversa la storia dell’umanità, le culture, le appartenenze politiche e religiose e perfino le nostre relazioni quotidiane.

Il perdono interrompe questa catena.

Non modifica il passato, perché nessuno può farlo.
Ma può modificare il rapporto che il passato ha con il futuro.

La memoria è necessaria, il rancore no

Una società pacificata non è una società senza memoria.

Al contrario, la memoria è indispensabile alla pace.

Dobbiamo ricordare le guerre, le persecuzioni, le discriminazioni, le violenze e le ingiustizie proprio perché non si ripetano. Ma esiste una differenza fondamentale tra memoria e rancore.

La memoria cerca di comprendere.

Il rancore cerca un colpevole da consegnare alle generazioni successive.

Ed è così che conflitti apparentemente conclusi possono sopravvivere per decenni, talvolta per secoli. I figli ereditano le ferite dei padri, i nipoti quelle dei nonni, fino al punto in cui nessuno ricorda più con precisione l’origine della contrapposizione, ma tutti sanno perfettamente chi debba essere considerato il nemico.

La pace comincia quando decidiamo che i nostri figli non devono necessariamente ereditare i nostri nemici.

Quando il perdono cambia la storia: Nelson Mandela

La storia ci dimostra che tutto questo non appartiene soltanto alla sfera degli ideali. Ci sono momenti nei quali la scelta del dialogo e della riconciliazione ha realmente modificato il destino di interi popoli.

Un esempio straordinario è quello del Sudafrica di Nelson Mandela.

Dopo ventisette anni trascorsi in carcere, Mandela avrebbe avuto molte ragioni per trasformare la propria sofferenza personale e quella della popolazione nera oppressa dall’apartheid in desiderio di rivalsa. Quando nel 1994 divenne Presidente del Sudafrica, il Paese avrebbe potuto precipitare facilmente in una spirale di vendette e violenze.

Mandela scelse invece un’altra strada.

Non quella dell’oblio e neppure quella dell’impunità, ma quella della riconciliazione.

La Truth and Reconciliation Commission, presieduta dall’arcivescovo Desmond Tutu, cercò di affrontare apertamente le violenze del passato: ascoltare le vittime, riconoscere le responsabilità, far emergere la verità e creare, dove possibile, le condizioni per la riconciliazione.

Fu un percorso difficile e certamente non risolse tutte le profonde disuguaglianze del Paese. Ma affermò un principio fondamentale:

la giustizia può guardare al passato senza condannare necessariamente il futuro alla vendetta.

Mandela aveva compreso che liberare il proprio popolo significava anche impedirgli di diventare prigioniero dell’odio verso i suoi antichi oppressori.

Da nemici a costruttori dell’Europa

Un secondo esempio ci riguarda ancora più da vicino.

Per lungo tempo Francia e Germania sono state rivali e nemiche. La guerra franco-prussiana, la Prima guerra mondiale e soprattutto la Seconda guerra mondiale avevano accumulato morti, distruzioni, occupazioni e rancori apparentemente insanabili.

Nel 1945 sarebbe stato comprensibile immaginare il futuro dell’Europa come una lunga resa dei conti.

Accadde invece qualcosa di diverso.

Uomini come Robert Schuman, Konrad Adenauer, Jean Monnet e Alcide De Gasperi compresero che la sicurezza dei loro Paesi non poteva più essere costruita contro il vicino, ma soltanto insieme al vicino.

La Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950 propose di mettere in comune la produzione franco-tedesca di carbone e acciaio, risorse strategiche anche per la capacità di condurre una guerra. Da questa intuizione nacque la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, uno dei primi passi del processo di integrazione europea.

Il principio era rivoluzionario nella sua semplicità: creare una tale interdipendenza tra gli antichi nemici da rendere una nuova guerra non soltanto impensabile, ma materialmente molto più difficile.

Era, in fondo, Pace Positiva prima ancora che questa espressione entrasse nel nostro linguaggio corrente.

Non bastava che francesi e tedeschi smettessero di combattersi. Occorreva costruire istituzioni, interessi comuni, relazioni economiche e soprattutto una nuova fiducia reciproca.

Questo lungo percorso di riconciliazione assunse anche una straordinaria forza simbolica quando, nel 1984, il Presidente francese François Mitterrand e il Cancelliere tedesco Helmut Kohl, davanti all’ossario di Douaumont, presso Verdun, si presero per mano ricordando insieme i morti di una delle battaglie più sanguinose della Prima guerra mondiale.

Quell’immagine racchiude forse meglio di molte parole il significato della riconciliazione:

non dimenticare i morti, ma impedire che la loro memoria produca altri morti.

Il perdono non cancella la giustizia

Sudafrica ed Europa sono esperienze profondamente diverse e nessuna delle due può essere considerata un modello perfetto. Ci ricordano però qualcosa di essenziale.

La riconciliazione non nasce dalla cancellazione della memoria.

Nasce dalla scelta di utilizzare la memoria per costruire un futuro diverso.

Perdonare, allora, non significa dire: «Non è successo nulla». Significa poter dire:

«È successo, lo ricordiamo, riconosciamo le responsabilità, cerchiamo giustizia; ma non permetteremo che ciò che è accaduto determini per sempre ciò che accadrà.»

È probabilmente una delle decisioni più difficili che una persona, una comunità o un popolo possano assumere.

Ma è anche una delle più autentiche forme di costruzione della pace.

La nostra esistenza dipende dagli altri

C’è infine una consapevolezza che dovrebbe guidare il nostro lavoro di rotariani.

Nessuno di noi esiste da solo.

La nostra sicurezza dipende dalla sicurezza degli altri. La nostra prosperità non può essere duratura se accanto a noi crescono povertà, esclusione e disperazione. La nostra libertà diventa fragile quando neghiamo quella degli altri.

Perfino la nostra identità si costruisce attraverso le relazioni.

Abbiamo bisogno degli altri per essere pienamente noi stessi.

L’esperienza franco-tedesca ce lo insegna in modo particolarmente efficace: il passaggio decisivo avvenne quando due popoli compresero che il proprio futuro non dipendeva dalla sconfitta dell’altro, ma anche dalla sua stabilità e dalla sua prosperità.

Questa consapevolezza è forse uno dei fondamenti più profondi della Pace Positiva: comprendere che il benessere dell’altro non rappresenta necessariamente una minaccia al mio, ma può diventarne una condizione.

E noi rotariani, che cosa possiamo fare?

È qui che la riflessione diventa impegno.

Noi non disponiamo degli strumenti della diplomazia internazionale e non possiamo fermare le guerre con una delibera di Club. Possiamo però intervenire là dove le guerre, grandi e piccole, spesso cominciano: nelle relazioni tra le persone, nelle comunità, nell’educazione dei giovani, nella conoscenza reciproca, nella capacità di ascoltare chi è diverso da noi.

Possiamo creare occasioni di incontro.

Possiamo mettere attorno allo stesso tavolo persone che normalmente non si parlerebbero.

Possiamo educare al confronto.

Possiamo costruire relazioni tra culture, popoli e generazioni.

Possiamo testimoniare, con il nostro comportamento, che essere diversi non significa necessariamente essere nemici.

È un lavoro lento, poco appariscente, spesso difficile da misurare. Ma la pace si costruisce proprio così.

Perché la pace non nasce quando scompare il conflitto. Nasce quando impariamo ad attraversarlo senza distruggere l’altro.

Forse il nostro impegno di rotariani può cominciare proprio da qui: creare ogni giorno piccoli spazi nei quali il dialogo sostituisca la contrapposizione, la comprensione sostituisca il pregiudizio e il perdono impedisca al passato di diventare padrone del futuro.

Perché costruire la pace significa, prima di tutto, riconoscere nell’altro una parte indispensabile del nostro stesso futuro.

Benvenuti all’edizione di settembre 2026 della newsletter dell’Istituto per l’Economia e la Pace. Questo mese, ti portiamo approfondimenti dalle nostre ultime ricerche, aggiornamenti sulle nostre iniziative globali e storie ispiratrici dalla nostra rete globale di ambasciatori IEP. Vi invitiamo a esplorare come l’Istituto continua a guidare un cambiamento positivo attraverso l’analisi basata sui dati e strategie innovative di costruzione della pace.

Per l’approfondimento sugli eventi clicca sulla data e verrai reindirizzato al sito IEP

6 ottobre 2026

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  • Il Canada sta accelerando la costruzione di una condotta petrolifera progettata per diversificare le fonti di energia lontano dagli Stati Uniti
  • Come la crisi abitativa in Spagna ha portato a elezioni generali anticipate
  • L’Africa emerge come destinazione per i piani di deportazione occidentali
  • L’Uganda corona un nuovo re in mezzo a una disputa familiare
  • La pace mantenuta sotto minaccia in mezzo al calo del numero di truppe e dei finanziamenti
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13 ottobre 2026

  • Abbas rinvia le elezioni palestinesi
  • Le forze saudite lottano con gli attacchi di precisione Houthi, le tattiche di guerriglia
  • La gara del data center europeo si trasforma in permessi di corsia preferenziale
  • L’ex presidente della RDC Kabila guidera il nuovo movimento con i ribelli M23
  • Gli Stati Uniti concludono la soluzione per aprire colloqui diretti con i generali del Myanmar
  • Le proteste indiane per l’esclusione degli elettori si intensificano
  • Le forze del Mali riprendono la città strategica di Kidal
  • La Cina importa una quantità record di oro in 11 anni di acquisto
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  • Elenco completo dei vincitori del premio Nobel

20 ottobre 2026

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  • Perché la battaglia per il Taiz dello Yemen è così importante?
  • I militanti curdi si ritirano da 4 campi in Iraq come parte del processo di pace con Türkiye
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  • Le spedizioni globali di smartphone colpite dalla carenza di memoria, l’aumento dei costi
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  • Il Perseverance Rover della NASA stabilisce un record di guida su Marte

27 ottobre 2026

  • Lula del Brasile vince la rielezione, contrastando la tendenza di destra dell’America Latina
  • L’UE svela una nuova strategia artica di fronte alle minacce USA e Russia
  • Il leader dell’opposizione venezuelana Machado torna a casa dopo un anno di via
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  • Chiede che gli Houthi siano aggiunti alla lista dei terroristi dell’UE
  • Rassicurazione del sistema di intelligenza artificiale della NATO dopo le interruzioni di Starlink in Ucraina
  • L’Iran ha dettagliato i piani per colpire i cavi sottomarini del Golfo se la guerra riprende
  • Il boom dei veicoli elettrici fa risparmiare miliardi ai paesi che importano petrolio dalla guerra in Iran
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